CDPM, DA TRENT’ANNI FUCINA DI TALENTI - ECO DI BERGAMO 8/1/2017

Suonando suonando il CDpM  compie trent’anni. Sembra ieri, ma il percorso del Centro didattico produzione musica è stato lungo e tortuoso, sempre accompagnato dalla passione di allievi e docenti. Tra lezioni, stage, incontri e seminari, la scuola fondata da Claudio Angeleri, Domenico Egizi e Francesco Moro ha laureato tanti professionisti e ha regalato a molti la chance di qualche ora trascorsa a tu per tu con la musica e con uno strumento. Nel lungo viaggio tanti protagonisti sono passati per quelle aule, da Sarah Vaughan a Elvin Jones, da Jaky Byard a Miroslav Vitous, Peter Erskine, John Patitucci, Dave Liebman, Jim Hall. Un pezzo di storia del jazz, anche se  al Centro man mano sono arrivati anche popmaker come Roby Facchinetti  (presidente onorario), tanti artisti e cantautori, Lucio Dalla su tutti. “E’ stato un trentennio per certi versi formidabile”, spiega Angeleri. “La percezione che ho e che permane è quella di una palpabile passione che si respira  all’interno del Centro didattico. Quando entri nella scuola avverti che c’è una tensione positiva, una voglia d’imparare, di suonare, di migliorarsi. Questa atmosfera è stata sempre molto stimolante. La scuola è stata una mission quasi impossibile, molto complessa, di soddisfazione però. Ovviamente ho avuto intorno docenti e figure importanti che hanno consentito di arrivare sino ad oggi. Anche diverse insegnanti donne bravissime, con una determinazione straordinaria”.

Nell’arco di questo tempo quanti allievi saranno passati al Centro, e quanti sono approdati alla professione?

“A Bergamo è cresciuto un vivaio di jazzisti che suonano e fanno dischi, anche in giro per il mondo. Senza presunzione credo che tutti quelli che suonano dalle nostre parti in qualche modo sono passati dal Centro didattico, come allievi,  come fruitori di seminari, come utenti delle sale prova, o attraverso il concorso per giovani band Emergenti, e i tanti concerti che abbiamo organizzato. Il Cdpm del resto non è solo una scuola: la didattica si lega al lavoro, al suonare davanti ad un pubblico: dal bambino che per la prima volta sale su un palco, al musicista che va a suonare con un suo progetto al Festival di Malta,  magari prima di Brad Mehldau. Il Centro credo che abbia fatto da fulcro, da riferimento naturale per molti appassionati. Tanti ragazzi si sono formati da noi. In trent’anni se facciamo una media di tre-quattrocento allievi all’anno il conto è presto fatto. Non tutti si fermano e continuano, ma alla fine penso che nove-diecimila persone siano passate dal Cdpm. Quando abbiamo aperto c’era un tale bisogno di musica in città che avevamo settecento, ottocento allievi e non sapevamo da che parte girarci. Poi la situazione si è stabilizzata ed il Centro è andato avanti, intessendo anche rapporti con l’estero, con altre scuole”.

 Il Cdpm ha stretto  collaborazioni con il Trinity College di Londra per la certificazione di titoli europei EQF, ha dato vita al progetto Cdpm Europe. Sono dunque arrivati riconoscimenti internazionali.

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Come direttore didattico ha dedicato tante energie al Centro, quanto e come ha influito questo impegno sulla sua carriera di musicista? Ha continuato a fare dischi jazz, a suonare, la scuola le ha portato via qualcosa?

“Come insegnante ho la fortuna di avere diversi allievi di livello avanzato, spesso diplomati, non solo pianisti, e da questo rapporto ho ricevuto un continuo stimolo a migliorare. Più che una vita di insegnamento la mia è una vita di studio, di ricerca. Fare il jazzista puro non è facile, ma devo dire che la didattica mi ha aperto molte strade. Se qualcosa ho perso per strada, molto ho guadagnato”.

Guardando avanti come si prefigura il futuro del Cdpm? C’è sempre il problema degli spazi: per imparare, per far musica?

“Il problema degli spazi ci ha seguito in tutto questo tempo e ancora è da risolvere. Abbiamo una convenzione con il Comune che ci ha sempre sostenuti. In città ci sono tanti contenitori interessanti  che potrebbero fare al caso di una scuola di musica. C’è dibattito sul palazzo della Libertà, c’è l’ex-biblioteca Tiraboschi ormai in disuso, l’ex centrale di Daste e Spalenga. La nostra attuale sede qualche anno fa ci sembrava enorme oggi è piccola e dobbiamo fare i salti mortali per far girare tutto al meglio.  Mi piacerebbe che la scuola avesse uno spazio comune, un teatro, un auditorium, un locale ampio dove  poter realizzare e presentare i nostri progetti musicali. Tempo fa ho contribuito alla stesura del progetto “Politecnico delle Arti” di Walter Barbero, Giuseppe Gambirasio e Giorgio Zenoni, che nell’idea dovrebbe avere un carattere multidisciplinare, dove convergano esperienze di musica, cinema, teatro, danza, immagine. Non è un disegno così lontano. Del resto da anni, attraverso il programma di Notti di Luce, seguiamo quella linea”.

Per festeggiare questo compleanno avete organizzato qualcosa?

“Ci concentreremo sull’organizzazione dell’International Jazz Day, trasformando il progetto, al di là dell’appuntamento del 30 aprile. Ci saranno 19 eventi in 14 location diverse, con tantissimi musicisti, soprattutto giovani. Saranno interessate tre aree tematiche: concerti, esposizioni, didattica. La città del jazz, la città che impara e ascolta, quella che guarda. Anticipo che avremo in esclusiva una mostra fotografica di Roberto Polillo, il figlio del grande critico e storico del jazz Arrigo Polillo, già direttore di Musica Jazz. Avremo foto storiche in un tempo compreso dal 1962 al 1974”.

Ugo Bacci – Eco di Bergamo 8 gennaio 2017

 

data di pubblicazione: venerdì 13 gennaio 2017

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